GIORNO DELLA MEMORIA… E LE LEGGI RAZZIALI FASCISTE ?

Risiera di san Sabba (Trieste)

Risiera di San Sabba (Trieste)

in occasione dell’anniversario della Liberazione (27 gennaio 1945)  dei deportati nel Lager di Auschwitz ricordiamo il nostro precedente post contro il negazionismo

Come al solito però il nostro Paese è – in campo storico – “presbite” si vedono le responsabilità altrui e si ignorano le proprie.

Riteniamo utile quindi pubblicare una breve cronologia delle persecuzioni razziali attuate dal regime fascista.

 

1938-1945. LA PERSECUZIONE DEGLI EBREI IN ITALIA

le tappe della legislazione razzista

Si tende troppo spesso a sminuire la gravità della persecuzione degli ebrei attuata dal fascismo. Tra il 1938 e il 1943 i provvedimenti razzisti divennero sempre più gravi e dal 1943 la “Repubblica di Salò” collaborò attivamente all’invio degli ebrei nei campi di sterminio. La cronologia che segue ripercorre – in modo schematico – le tappe della normativa razziale fascista.

1935-36 Dopo l’invasione italiana dell’Etiopia si registra un rapido avvicinamento tra il regime fascista e la Germania nazista.

1937 viene proibita ogni “relazione d’indole coniugale” tra gli italiani e i sudditi delle colonie, la pena prevista è “la reclusione da uno a cinque anni” (Regio Decreto Legge 19.4.1937 n. 880) Continue reading

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LA DIFFICILE GUERRA DEI GAP

di Emmerre ( da «Germinal», numero 124, 2016)

«Perchè dormivano con una pistola sotto il cuscino? Perchè lanciavano bombe? Perchè uccidevano? Gracco era curioso degli uomini: voleva conoscere il perchè delle loro cose».
(Elio Vittorini, «Uomini e no»)
resistenza-sconosciutaTra il 1944 e il ’45, sui muri di molte città dell’Italia centro-settentrionale, comparvero manifesti rivolti alla cittadinanza con le ordinanze dei comandi militari germanici e delle autorità fasciste che vietavano severamente la circolazione delle biciclette agli uomini senza specifica autorizzazione. Tale disposizione era stata imposta nel tentativo di impedire i sabotaggi e le veloci azioni armate dei gruppi antifascisti clandestini; in alcuni casi, come in Emilia, il divieto si estese pure all’indossare giacche a vento e mantelli (il tradizionale tabarro), sino a proibire di tenere le mani in tasca.
A rendere non più impunita l’attività dei nazi-fascisti nei centri urbani furono soprattutto i nuclei noti con la sigla GAP, oltre alle SAP e alle diverse Squadre di difesa e d’assalto, ossia di coloro che lo storico Mario De Micheli ebbe a definire come «gli arditi della guerra di liberazione».
La recente uscita del libro di Santo Peli «Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza» (Einaudi) era molto attesa, in quanto la conoscenza di questo aspetto dell’opposizione armata al fascismo rimane senz’altro poco conosciuto ed indagato, anche perché – per lungo tempo – nella sinistra democratica e nell’associazionismo resistenziale è prevalso l’imbarazzo per il carattere “terroristico” di molti attentati gappisti, costati anche vittime innocenti; imbarazzo analogo alla reticenza “patriottica” rispetto al riconoscimento della guerra civile, iniziata nel 1919 e giunta alla resa dei conti nel 1945.
Le aspettative storiografiche sono però andate alquanto deluse, in quanto l’autore ha voluto avvalorare un’immagine dei GAP quale mera filiazione organizzativa del Partito Comunista, ignorando la frequente disorganicità e informalità di una pratica, nonché alcuni precedenti significativi che, in qualche modo, avevano anticipato, anche per modalità operative, le imprese dei «soldati senza uniforme» durante i tragici 600 giorni di Salò. Continue reading

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IL PROBLEMA DELLA CASA IN ITALIA: politiche, problemi, lotte

Casa dolce casa ?
Secondo il censimento del 2011 il 72,1 % delle famiglie residenti (cioè – secondo il glossario ISTAT – “aventi dimora abituale nel comune”) vive in case di proprietà, il 18% vive in affitto e il 9,9 % “usufruisce dell’abitazione dove risiede a titolo gratuito o a titolo di prestazione di servizio” (essenzialmente persone che vivono in case intestate a parenti o in alloggi forniti dal datore di lavoro, es. custodi) (1). Il dato, che pone l’Italia al di sopra della media europea, è interessante anche se ovviamente limitativo, posto che non tiene conto di quelle categorie che sfuggono al controllo, come gli immigrati “irregolari”, costretti spesso a vivere in condizioni di estrema precarietà.

casa-un-diritto-4La casa in proprietà è sempre stata considerata, anche dai proletari, un obiettivo fondamentale da raggiungere per garantirsi un livello accettabile di sicurezza economica. Non stupisce quindi che il numero di case in proprietà sia in costante aumento, nonostante che il prezzo delle abitazioni abbia ormai raggiunto livelli stratosferici (solo parzialmente intaccati dalla recente crisi economica) e non stupisce la facile demagogia dei governi Berlusconi e Renzi, a caccia di voti con la riduzione delle tasse sulla prima casa (ampiamente compensata – come è ovvio – dai tagli sui servizi sociali).

L’attuale fase di redistribuzione delle ricchezze a favore delle classi dominanti (se non riusciremo ad invertirla con la lotta) è destinata però a deteriorare progressivamente questa situazione. Già oggi i disoccupati (giovani e meno giovani) vivono grazie ai risparmi ed alle pensioni di genitori e nonni, risorse che sono destinate ad esaurirsi nel corso di una generazione. Un segnale ci viene offerto dallo stesso censimento che registra (nel decennio 2001-2011) il triplicarsi delle famiglie che vivono in coabitazione.

È evidente che le persone che vivono stabilmente in affitto appartengono, per lo più, ai ceti più poveri. Visto il livello degli affitti (non di rado intorno ai 600 euro al mese) chiunque disponga di un reddito stabile, di risparmi o della possibilità di ottenere aiuti da parenti è infatti incentivato ad acquistare a rate l’abitazione. Continue reading

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TURCHIA: la repressione di Erdogan e la fine della democrazia

(volentieri condividiamo, solidarizzando) Lo stato turco e il suo capo Erdogan moltiplicano gli attacchi che mirano ad annientare il popolo curdo e i suoi rappresentanti

15 deputati del HDP (Partito democratico dei Popoli rappresentante maggioritariamente i Curdi) sono stati arrestati nel corso della notte tra il 3 e il 4 novembre. Tra di loro figurano i Copresidenti del HDP, Selahttin DEMIRTAS e Figen YUKSEKDAG, e i Deputati Sirri Surreyya ONDER, Nursel AYDOGAN, Ferhat ENCU, Gulser YILDIRIM, Leyla BIRLIK, Pervin BULDAN, Leyla ZANA, Abdullah ZEYDAN, Idris BALUKEN.

Dopo questa violazione senza precedenti della volontà del popolo curdo, che si aggiunge alle distruzioni delle città curde, al massacro di centinaia di civili, alla destituzione e all’arresto di numerosi Sindaci ed eletti locali, è giunto il momento di dire STOP a Erdogan e allo Stato turco !

Noi chiediamo alla comunità internazionale, in particolare all’Unione Europea, alle Nazioni Unite e agli Stati ad uno a duno, a reagire di fronte ad Erdogan, di fronte al suo fascismo messo in atto sotto gli occhi del mondo intero, senza alcun riguardo per le norme internazionali. Noi chiediamo che delle misure di embargo siano prese contro lo Stato turco.

Il solo modo di fermare Erdogan è di prendere contro di lui delle misure coercitive politiche, economiche, diplomatiche e militari.

Il fatto di inviare a Erdogan e al suo governo dei messaggi di condanna della sua politica, senza prendere delle misure concrete, non lo farà indietreggiare.

Dopo quest’ultima aggressione, noi, popolo curdo, dichiariamo di iniziare delle manifestazioni continue e illimitate.

E’ per questo che, a partire da oggi, venerdi 4 novembre, manifestiamo in massa davanti al Parlamento europeo, a Bruxelles. Continue reading

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Due scioperi generali sono meglio di uno ?

Siamo (ahimè) alle solite. USB convoca uno sciopero generale per il 21 ottobre e CUB ed USI/AIT  ne proclamano un altro per il 4 novembre !

I COBAS ? Al momento non pervenuti… Certo si dirà che lo sciopero USB è troppo tarato sulla propaganda al referendum sindacale e che è stato indetto senza consultare nessuno ma comunque… ma lo spettacolo complessivo è oltremodo deprimente….

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LA STRAGE DI DEBRÀ LIBANÒS (maggio 1937)

Dopo l’attentato al vicerè Graziani (19 febbraio 1937) e lo spaventoso eccidio perpetrato per vendetta dagli occupanti italiani ad Addis Abeba la furia fascista si scatena anche contro la secolare città monastica di Debrà Libanòs, risalente al XIII sec. (1).

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Debrà Libanòs nel 1934

I due attentatori in fuga, Abraham Debotch e Mogus Asghedom, si sono diretti verso il monastero sul taxi di Semeon Adefres, ma non esiste alcuna prova concreta (né mai verrà trovata in seguito) di un coinvolgimento dei monaci nel complotto.
Gli occupanti hanno in realtà molti motivi per voler annientare la forza della chiesa etiopica. Continue reading

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LA STRAGE DI ADDIS ABEBA (19 – 21 febbraio 1937)

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Addis Abeba: obelisco in ricordo della strage compiuta dagli italiani

Nel 1935 -36  l’Italia ha conquistato l’Etiopia con una breve campagna militare ed un grande dispiego di mezzi militari, tra cui l’uso di gas velenosi proibiti dalle convenzioni internazionali.
È però una vittoria di Pirro. La Resistenza si diffonde a macchia d’olio e mette a dura prova gli occupanti.
Secondo Richard Pankhurst (1) la storia della guerra d’Etiopia può essere suddivisa in tre fasi (che in parte si sovrappongono):
i primi sette mesi: dall’ottobre 1935 all’occupazione italiana di Addis Abeba (5 maggio 1936) in cui si fronteggiano gli eserciti regolari italiano ed etiopico.
la fase “eroica” della Resistenza di quattro anni (dal maggio 1936 al 10 giugno 1940) in cui progressivamente annientati i resti dell’esercito imperiale che continuano a combattere, rimane in campo lo spirito indomabile degli “Arbegnuoc” (patrioti) che riesce a mettere in serie difficoltà gli invasori nonostante la disorganizzazione, la sostanziale mancanza di aiuti dall’estero e la scarsa disponibilità di armi.
La fase finale, iniziata con l’entrata dell’Italia nella II guerra mondiale (10 giugno 1940) e sostanzialmente conclusa con l’ingresso delle truppe inglesi in Addis Abeba (6 aprile 1941) in cui la Resistenza si espande approfittando delle operazioni militari inglesi e ritorna in campo anche il negus Haile Selassie che organizza un piccolo esercito in Sudan con cui penetra nel territorio etiopico.
L’attentato a Graziani (19 febbraio 1937) e la conseguente, spaventosa, rappresaglia fascista si situano nella seconda fase.
L’attentato era stato concepito da due giovani studenti di origine eritrea Abraham Debotch e Mogus Asghedom, con la complicità del tassista hararino Semeon Adefres (che li farà fuggire) e del capo ribelle Ficrè Mariam. Non pare che vi fosse una rete cospirativa più vasta.

Il contesto in cui matura l’attentato lo descrive bene Angelo Del Boca:
“Ad appena nove mesi da quando Rodolfo Graziani era stato nominato da Mussolini viceré d’Etiopia, il clima a Addis Abeba era particolarmente pesante e l’atmosfera di insicurezza era palpabile. C’erano, nella capitale, alcune migliaia di etiopici che piangevano i loro cari uccisi durante le operazioni di grande polizia coloniale. C’erano molti altri in ansia per la scomparsa dei loro congiunti,probabilmente finiti nelle carceri italiane. Continuava, inesorabile, la caccia ai cadetti della Scuola militare di Olettà e dei giovani che si erano laureati all’estero, per i quali, sin dal 3 maggio 1936, Mussolini aveva emesso questa sentenza: ‘Siano fucilati sommariamente tutti i cosiddetti giovani, etiopici, barbari crudeli e pretenziosi, autori morali dei saccheggi’. Infine, dalle regioni vicine, dove era attiva la resistenza degli arbegnuoc, dei partigiani, giungevano notizie di scontri, di eccidi, di razzie, di incendi di villaggi, dell’uso sistematico dei gas” (2). Continue reading

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APPELLO DELLE DONNE IN SOSTEGNO AL ROJAVA CONTRO L’INVASIONE DELLA TURCHIA IN SIRIA

(riceviamo e volentieri pubblichiamo) L’esperienza democratica di successo che donne e uomini stanno da tre anni costruendo in Rojava è oggi a rischio per via dell’invasione del nord della Siria da parte dell’esercito turco, avvenuta la mattina del 24 agosto attraverso l’occupazione della città di Jarablus.

In questi anni, nel Nord della Siria e in particolare nella regione autonoma del Rojava, abbiamo seguito e supportato la crescita di un esperimento di democrazia diretta che si è posto come alternativa agli Stati-Nazione, al regime di Assad e alle forze dell’Isis, e che ha posto al centro del suo modello di società la liberazione e l’organizzazione autonoma delle donne in ogni ambito della vita come condizione primaria e necessaria per una trasformazione sociale e per uno sviluppo di convivenza pacifico per tutto il Medio Oriente.

Un progetto di democrazia diretta che si è mostrato al mondo con evidenza negli anni più recenti, ma che è in realtà radicato nella storia di quarant’anni di movimento, lo stesso che ha portato nel2005 alla dichiarazione di Abdullah Öcalan del modello sociale del confederalismo democratico.

Con la liberazione della città di Manbij lo scorso 12 agosto ad opera delle Forze Democratiche Siriane, è iniziata una fase di consolidamento e ampliamento dell’esperienza democratica del Rojava: solo pochi mesi fa il sistema basato sul confederalismo democratico si è esteso oltre i tre cantoni del Rojava, portando avanzamenti per il progetto di convivenza pacifica tra popoli nella parità di genere, principi espressi non solo formalmente nella Carta del Contratto Sociale ma messi effettivamente in pratica ogni momento nei territori liberati, in ogni ambito della società.

Tutti i media occidentali hanno dato grande rilievo alla reazione immediata delle donne che sono scese in strada liberandosi dalle costrizioni imposte dall’ ISIS che le voleva completamente segregate in casa, mute e sconfitte. Ora però tacciono di fronte all’ingresso di forze islamiste e jihadiste che hanno l’intento di imporre nuovamente con la violenza condizioni di oppressione. Continue reading

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ITALIANI BRAVA GENTE: LA STRAGE DI ZERET

Tra i numerosi eccidi compiuti dall’esercito italiano in epoca fascista la strage di Zeret (Etiopia) è riemersa dall’oblio solo in epoca recente grazie all’opera dello storico MATTEO DOMINIONI che ne ha trovato ampia documentazione negli archivi italiani ma anche precisi riscontri sul luogo.
Nel 1935 -36 l’Italia ha conquistato l’Etiopia con una breve campagna militare ed un grande dispiego di mezzi militari, tra cui l’uso di gas velenosi proibiti dalle convenzioni internazionali (il cui uso è stato ufficialmente riconosciuto dal governo italiano solo nel 1996 – Governo Dini).
È però una vittoria di Pirro. La Resistenza si diffonde a macchia d’olio e mette a dura prova gli occupanti.
È il 30 marzo 1939 l’aviazione italiana ha individuato una colonna di “ribelli”, considerata il “reparto salmerie” del famoso capo partigiano Abebè Aregai. Il gruppo è in realtà composto in larga misura di feriti, anziani, donne e bambini, con alcuni combattenti guidati da Tesciommè Sciancut. Continue reading

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A PROPOSITO DELLA “STRAGE DI VERGAROLLA”

(ricordando)

Spett. Messaggero Veneto,
nel numero in edicola oggi  [18.8.2016]   trovo il paginone dedicato alla “Strage di Vergarolla” (p. 10) e leggo – con costernazione – le parole della Presidente della Regione Debora Serracchiani che la definisce “una strage etnica ed ideologica”.
La Presidente avrebbe dovuto almeno documentarsi prima di aprire bocca…

Vediamo di ricostruire i fatti. Oggi se viene ritrovato una bomba inesplosa le abitazioni per chilometri intorno vengono fatte evacuare per far brillare l’ordigno .
Subito dopo la guerra invece l’intero territorio europeo era disseminato di bombe inesplose, spesso a cataste, intorno ai quali si svolgevano le normali attività quotidiane di una popolazione abituata agli orrori della guerra. Tragici incidenti non erano rari, anche il caso di bambini saltati in aria per aver preso a martellate una bomba !

Sulla spiaggia di Vergarolla (Pola) erano state ammassate, dalle autorità anglo-americane che amministravano la città, diversi ordigni ritenuti inoffensivi per l’asportazione dei detonatori (forse nove tonnellate di esplosivo complessivamente). Intorno alla catasta si affollavano i bagnanti, del tutto indifferenti ai possibili rischi.

Il 18 agosto 1946 la tragedia. Il cumulo esplode facendo strage tra la folla che era accorsa numerosa per assistere ad una gara natatoria. Una catastrofe che ha profondamente segnato Pola.

Fin qui i fatti. Tutto il resto sono illazioni (come d’altra parte riconosce Luciano Santin nella seconda parte della pagina). Nè la magistratura né gli storici sono mai riusciti a ricostruire le cause dell’esplosione. Da notare che all’epoca le autorità jugoslave miravano a convincere la popolazione italiana a rimanere (nell’ambito dell’ “internazionalismo proletario” sbandierato dal governo comunista) e quindi non trassero alcun vantaggio dalla “strage”, tanto più che le sorti di Pola (occupata dagli Anglo-americani) dovevano essere ancora decise dalla conferenza di pace.

Dare quindi per scontato che si sia trattato di “eccidio etnico e ideologico” (da parte degli jugoslavi, si suppone) appare del tutto fuori luogo, soprattutto se a pronunziare queste gravissime parole è la massima autorità della Regione.

[…]

[22.8.2016 – La lettera non è stata  pubblicata]

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