IL PROBLEMA DELLA CASA IN ITALIA: politiche, problemi, lotte

Casa dolce casa ?
Secondo il censimento del 2011 il 72,1 % delle famiglie residenti (cioè – secondo il glossario ISTAT – “aventi dimora abituale nel comune”) vive in case di proprietà, il 18% vive in affitto e il 9,9 % “usufruisce dell’abitazione dove risiede a titolo gratuito o a titolo di prestazione di servizio” (essenzialmente persone che vivono in case intestate a parenti o in alloggi forniti dal datore di lavoro, es. custodi) (1). Il dato, che pone l’Italia al di sopra della media europea, è interessante anche se ovviamente limitativo, posto che non tiene conto di quelle categorie che sfuggono al controllo, come gli immigrati “irregolari”, costretti spesso a vivere in condizioni di estrema precarietà.

casa-un-diritto-4La casa in proprietà è sempre stata considerata, anche dai proletari, un obiettivo fondamentale da raggiungere per garantirsi un livello accettabile di sicurezza economica. Non stupisce quindi che il numero di case in proprietà sia in costante aumento, nonostante che il prezzo delle abitazioni abbia ormai raggiunto livelli stratosferici (solo parzialmente intaccati dalla recente crisi economica) e non stupisce la facile demagogia dei governi Berlusconi e Renzi, a caccia di voti con la riduzione delle tasse sulla prima casa (ampiamente compensata – come è ovvio – dai tagli sui servizi sociali).

L’attuale fase di redistribuzione delle ricchezze a favore delle classi dominanti (se non riusciremo ad invertirla con la lotta) è destinata però a deteriorare progressivamente questa situazione. Già oggi i disoccupati (giovani e meno giovani) vivono grazie ai risparmi ed alle pensioni di genitori e nonni, risorse che sono destinate ad esaurirsi nel corso di una generazione. Un segnale ci viene offerto dallo stesso censimento che registra (nel decennio 2001-2011) il triplicarsi delle famiglie che vivono in coabitazione.

È evidente che le persone che vivono stabilmente in affitto appartengono, per lo più, ai ceti più poveri. Visto il livello degli affitti (non di rado intorno ai 600 euro al mese) chiunque disponga di un reddito stabile, di risparmi o della possibilità di ottenere aiuti da parenti è infatti incentivato ad acquistare a rate l’abitazione.

Un po’ di storia: la politica della casa in Italia
In estrema sintesi possiamo distinguere le seguenti fasi nella storia della politica delle abitazioni nel nostro Paese:
1945 – anni ’60: “blocco dei fitti” (prodotto dalle gravi distruzioni belliche), che calmiera l’entità degli affitti e blocca i contratti diluendo gli sfratti, ricostruzione abbandonata alla speculazione privata, modesta politica di costruzioni di case popolari (1949 “piano Fanfani”, 1963 nascita della GESCAL),
anni ’70: sull’onda delle grandi mobilitazioni di quegli anni si evidenzia il tentativo statale di “governare” il settore dell’edilizia e delle abitazioni. È l’epoca della “pianificazione”. Abbiamo la legge sulla casa (L. 865/1971) che riconosce IACP (Istituti autonomi case popolari) e cooperative come soggetti primari dell’edilizia residenziale pubblica e facilita gli espropri dei terreni fissando basse indennità d’esproprio, l’ “Equo canone” (L. 392/1978) che elimina il blocco dei fitti ma sottrae la determinazione dell’affitto al libero mercato stabilendolo per legge, la legge “Bucalossi” (L. 10/1978) sulla edificabilità dei suoli, il piano decennale (L. 457/1978) che avvia un piano organico di edilizia sovvenzionata e convenzionata (2).
Anni ’80 – oggi: progressivo trionfo del neoliberismo. La Corte Costituzionale dichiara illegittima con diverse sentenze ogni norma che preveda l’esproprio dei terreni a valori diversi da quelli di mercato. Con i “patti in deroga” (L. 359/1992) si incomincia a smantellare l’Equo canone, gli IACP – ormai affidati alle regioni – vengono trasformati in “aziende” variamente denominate (ATER, ALER….), con la legge 431/1998 (attualmente in vigore) viene introdotto un modello duplice: contratti a canone libero (4 anni + 4) ed a canone concordato (3 anni + 2) stabilito da accordi tra i sindacati “maggiormente rappresentativi” dei proprietari e degli inquilini.

stop-sfratti-stop-sgomberi-casa-per-tuttLa situazione attuale vede investimenti nettamente insufficienti nell’edilizia pubblica da parte di Stato e Regioni, mentre decine di migliaia di case popolari rimangono desolatamente vuote a causa del malgoverno degli enti. Ricordiamo l’ALER di Milano, commissariata a giugno 2015 a seguito di numerosi scandali giudiziari, il recente caso dei “miniaffitti” clientelari nelle case del Comune di Roma, l’inefficienza del Comune di Venezia che – a fronte di 2940 nuclei familiari utilmente collocati in graduatoria (2012) – è riuscito ad assegnare solo 164 alloggi nei due anni successivi (3).

Anziché investire risorse nella costruzione di nuove case o nella manutenzione del patrimonio esistente il Governo preferisce intervenire concedendo crescenti sgravi fiscali ai proprietari privati per incoraggiarli ad affittare alloggi (possibilmente a canone concordato) anzi, per fare cassa, si è giunti a progettare la vendita all’asta al miglior offerente degli alloggi popolari !

Intanto gli affitti “in nero” (cioè senza contratto o con indicazione del canone inferiore alla realtà) dilagano: l’unica norma seria che li contrastava (D.Lvo 23/2011), prevedendo la conversione forzosa dei contratti in nero in contratti regolari a canone “politico”, è stata affondata nel marzo 2014 dalla Corte costituzionale per “eccesso di delega”: l’ennesimo regalo agli speculatori.

Piovono sfratti…
Ma il problema più grave è sicuramente quello degli sfratti, diventato ormai una vera e propria emergenza nazionale, la crisi economica morde e colpisce particolarmente i ceti più deboli: chi perde il lavoro si trova poi –nel giro di pochi mesi – a non poter più pagare neppure l’affitto.

Gli sfratti sono in continuo aumento: secondo i dati del Ministero dell’Interno siamo passati dai 45.815 provvedimenti di sfratto emessi nel 2005 ai 77.278 del 2014 (da 1 sfratto ogni 515 famiglie nel 2005 ad 1 ogni 334 nel 2014) in particolare quelli per morosità crescono in maniera esponenziale (sono ormai il 90% degli sfratti emessi) (4).
Gli interventi da parte dello Stato di fronte a questo dramma sono deboli ed inefficaci. Nella legge di stabilità per il 2016 non è previsto alcun intervento strutturale che aumenti l’offerta di alloggi pubblici a canone sociale (700.000 famiglie collocate nelle graduatorie) né per il recupero e riutilizzo del vastissimo patrimonio pubblico.

Nel 2013 la gravità del problema e la mobilitazione popolare hanno obbligato il Governo ad introdurre il concetto di “morosità incolpevole” (L. 124/2013 e DM 14 maggio 2014) che consiste in una “situazione di sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare” (art. 2 DM) ma la norma è stata applicata con lentezza ed in modo riduttivo in gran parte del Paese. I fondi stanziati sono insufficienti e vengono concessi all’inquilino quando lo sfratto è già stato emesso, cioè troppo tardi.

Organizzarsi per difendersi
Mentre diventano drammaticamente sempre più frequenti i casi di sfrattati costretti a vivere in auto o in altri ripari di fortuna (e stiamo parlando di “normali cittadini italiani”, non solo di “extracomunitari”) è evidente che l’organizzazione e la lotta costituiscono l’unica risposta possibile per strappare migliori condizioni normative, rinviare gli sfratti, ottenere un alloggio.

I sindacati confederali degli inquilini SUNIA, SICET, UNIAT sono essenzialmente dei “cimiteri degli elefanti” dove vengono scaricati i vecchi burocrati sindacali in attesa di pensione. Ben raramente questi organismi svolgono una attività che vada al di là del puro e semplice patronato a favore degli iscritti.
Per quanto riguarda il sindacalismo di base dobbiamo ricordare in primo luogo l’Unione inquilini (oggi federata alla CUB), storica associazione nata a Milano nelle lotte del 1968 e rifondata a Firenze negli anni settanta. Discretamente diffusa sul territorio nazionale è riconosciuta come uno dei sindacati “maggiormente rappresentativi” e, alternando la mobilitazione di piazza all’attività di lobbying politica, è riuscita a cogliere alcuni significativi successi normativi quali ad es. la Legge regionale toscana 75/2012 che prevede il passaggio “da casa a casa” degli sfrattati, il riconoscimento della figura giuridica della “morosità incolpevole” (2013), lo stop (temporaneo ?) al folle progetto governativo di vendere all’asta al miglior offerente le case popolari…. Da citare anche, per la sua diffusione, l’Associazione Inquilini e abitanti (ASIA), emanazione dell’USB.

Nei maggiori centri urbani opera poi una ricca galassia di movimenti e comitati di lotta per la casa che operano soprattutto nel campo del contrasto attivo agli sfratti e dell’occupazione di stabili sfitti.

Le occupazioni
Storica soluzione del problema degli alloggi è l’occupazione di case sfitte, e proprio per contrastare l’estensione di questo modello di lotta il governo Renzi ha dato prova di interventismo securitario. infatti nel cosiddetto “Piano casa” (D.L. 47/2014) oltre a misure risibili a favore degli sfrattati e dei senza casa e a consistenti doni finanziari e normativi ai cementificatori di EXPO 2015 sono state introdotte norme specifiche per la “Lotta all’occupazione abusiva di immobili”.

Vale la pena di riportare quasi integralmente l’art. 5 del Decreto (come modificato dalla Legge 80/2014)

“1. Chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza ne’ l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge. A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, gli atti aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unita’ immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento. Al fine di consentire ai soggetti somministranti la verifica dei dati dell’utente e il loro inserimento negli atti indicati nel periodo precedente, i richiedenti sono tenuti a consegnare ai soggetti somministranti idonea documentazione relativa al titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unita’ immobiliare, in originale o copia autentica, o a rilasciare dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà ai sensi dell’art. 47 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.
1-bis. I soggetti che occupano abusivamente alloggi di edilizia residenziale pubblica non possono partecipare alle procedure di assegnazione di alloggi della medesima natura per i cinque anni successivi alla data di accertamento dell’occupazione abusiva. […]”

Chi occupa un alloggio non può più ottenere legalmente neppure l’allacciamento di servizi indispensabili come acqua, luce, gas: una norma talmente disumana da non avere precedenti nel nostro Paese !

A questa produzione normativa si è accompagnato un giro di vite nei confronti delle occupazioni, soprattutto di alloggi popolari e di spazi sociali che ha visto in prima linea le amministrazioni targate PD con violentissimi sgomberi polizieschi. Pensiamo (due casi tra centinaia) agli sgomberi di case popolari in zona Corvetto a Milano in agosto o a quello dello spazio autogestito “Atlantide” in ottobre a Bologna.
Il delirio securitario non si ferma qui. In febbraio il Comune di Milano ha annunciato un progetto pilota contro le occupazioni: edifici “dotati di impianti d’allarme e aree comuni controllate da telecamere”, costantemente monitorati da una centrale di controllo. L’Assessora alla casa della giunta Pisapia si è detta soddisfatta della repressione: “siamo riusciti a riportare le occupazioni [degli stabili comunali] al numero che si registrava nel 2009. Siamo passati da 1420 alloggi occupati nel 2014 ai 1140 di oggi” (5).

Molto peggio a Padova. 11 misure cautelari applicate ad altrettanti militanti del Comitato di Lotta per la Casa. L’accusa ? “Associazione a delinquere per occupazione abusiva di immobili, resistenza e violenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio”: 4 militanti agli arresti domiciliari, 5 con obbligo di firma, 2 con divieto di dimora. La sede sigillata (6)

La repressione però non ferma le occupazioni che, in modo spontaneo o organizzato, proseguono in tutto il Paese. A tutte/i noi il dovere della solidarietà e della collaborazione attiva per favorire la diffusione e il coordinamento delle lotte in questo e in tutti i campi !

(marzo 2016, l’articolo era originariamente destinato al secondo numero di “Collegamenti”)

NOTE
(1) Censimento delle abitazioni, 23 Dicembre 2013 http://www.istat.it/it/files/2013/12/Nota-diffusione_delle_abitazioni20122013.pdf . Il termine “famiglia” è qui usato nel suo significato statistico.
(2) Massimo Preite, Edilizia in Italia. Dalla ricostruzione al piano decennale, Vallecchi, 1979.
(3) No global, in arrivo 40 denunce. Solo 164 case assegnate in 2 anni, Corriere della Sera (Venezia & Mestre) 7 novembre 2014.
(4) Ministero dell’Interno, Ufficio centrale di Statistica, Gli sfratti in Italia […] aggiornamento 2014, p. 32-33 http://ucs.interno.gov.it/FILES/AllegatiPag/1263/Pubblicazione%20sfratti%202014.pdf i dati vengono sempre pubblicati con grave ritardo e quindi quelli del 2105 non sono ancora noti.
(5) Apre il palazzo-fortino anti abusivi, Corriere della Sera (Milano), 20 febbraio 2016.
(6) http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o48105:e1 ; Occupazioni abusive, scattano quattro arresti, Il Gazzettino (Padova) 19 febbraio 2016.

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